Litigare Bene: la gestione dei conflitti negli allevamenti
Chi lavora in zootecnia lo sa bene: gli allevamenti sono ambienti complessi, in cui convivono esigenze produttive, sanitarie ed economiche, oltre a personalità diverse che devono collaborare quotidianamente. In questo contesto, il conflitto non è un’eccezione, ma una realtà inevitabile. Veterinari, allevatori e personale di stalla si trovano spesso a dover gestire divergenze di opinioni, aspettative deluse o decisioni che non sono condivise.
Tuttavia, conflitto non significa necessariamente violenza. Saper distinguere i due concetti è il primo passo per affrontare le tensioni in modo costruttivo.
VIOLENZA E CONFLITTO SONO DUE CONCETTI DISTINTI
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza è “l’utilizzo intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, un’altra persona o contro un gruppo o una comunità, che determini morte, danno psicologico, cattivo sviluppo o privazione” (WHO, 1996).
Il conflitto, invece, non implica necessariamente un danno o un aggressione.
La differenza risiede nella gestione delle emozioni e nella finalità e da questo punto di vista possiamo distinguere due tipi di conflitti:
- Conflitto gestito male → c’è un attacco alla persona, una perdita di controllo emotivo e, a volte, esita nella rottura della relazione.
- Conflitto gestito bene → c’è una focalizzazione sul problema e una regolazione molto attenta e precisa delle emozioni. Conflitti gestiti bene rappresentano spesso il preludio di nuove soluzioni e un’occasione di crescita.
PERCHÈ NASCONO I CONFLITTI?
Il conflitto non è un’esperienza pericolosa, ma faticosa da gestire: rappresenta un ostacolo imprevisto che emerge quando l’altro non ci dà ragione, quando non fa ciò che vorremmo facesse o quando le nostre aspettative non si avverano. Le fonti di tensione nel lavoro in stalla o tra i professionisti sono numerose:
- Divergenze tra Veterinario e Responsabile d’azienda sulle scelte terapeutiche o le pratiche gestionali, sanitarie o riproduttive.
- Contrasti tra colleghi Veterinari riguardo gli approcci diagnostici, sanitari o terapeutici. Oppure per motivi di ingerenza o mancanza di rispetto professionale
- Discussioni tra personale di stalla su turni, responsabilità o procedure operative.
Questi conflitti, se ignorati o gestiti male, possono generare tensioni croniche, inefficienze operative e calo della produttività. Se invece affrontati con metodo, possono diventare occasioni per migliorare la comunicazione, l’organizzazione e, in generale, la qualità del lavoro.
COME COMUNICARE (BENE!) DURANTE UN CONFLITTO
La gestione efficace del conflitto richiede alcune regole pratiche, utili in qualsiasi contesto, ma particolarmente preziose in zootecnia:
- Non cercare un colpevole → L’obiettivo di qualsiasi conflitto deve essere trovare la soluzione. Questo significa che il focus dovrebbe restare sempre sul problema, non sulla persona. Quando la gestione di un conflitto somiglia più ad un indagine poliziesca o un’udienza al tribunale è difficile che si trovi una soluzione valida. Naturalmente ciò non significa che chi sbaglia non debba essere punito. Però è una necessità non urgente che è utile differire in un secondo momento, dopo che il conflitto sia stato sufficientemente gestito o risolto
- Stare sul problema senza attaccare → criticare un comportamento o una scelta non significa svalutare la persona che l’ha compiuta. Purtroppo questo aspetto non è sempre nel nostro pieno controllo. Potremmo sforzarci di mantenere la critica su quello che è stato fatto ma è probabile che l’altra persona la “prenda sul personale”. È molto importante, se ciò dovesse accadere, rimanere fermi nella propria posizione e non lasciarsi trascinare nel malinteso.
- Prendere sul serio, ma non alla lettera → nelle escalation emotive si dicono parole esagerate che non vanno mai interpretate come dichiarazioni definitive. Purtroppo, ognuno di noi vive delle tempeste emotive interne ed è molto difficile impedire che, durante un conflitto, vengano fuori comportamenti o parole nei quali non ci riconosciamo. Imparare a litigare bene significa diventare consapevoli di questo, accettare la possibilità che tali cose possano accadere e imparare a dargli la giusta importanza, senza minimizzare ma senza nemmeno farne una tragedia. D’altronde, pensiamo a quante volte abbiamo detto parole orribili alle persone a cui vogliamo bene senza che ciò sia minimamente vero!
- Non pensare in termini di vincere o avere ragione → durante un conflitto l’obiettivo non è prevalere, ma trovare una soluzione che ci permetta di andare avanti. Nella “sindrome di Aristotele” il soggetto lotta strenuamente per avere ragione. Spesso la controparte abbandona per sfinimento senza aver raggiunto alcuna soluzione. Il nostro compito deve rimanere quello di trovare una soluzione. Se abbiamo la sensazione che stiamo cadendo in questa trappola dovremmo preoccuparci di cercare di uscirne rapidamente.
- Ascoltare senza commentare subito → Ricordo una frase che mi ha sempre fatto riflettere: se abbiamo due orecchie e una sola bocca ci sarà un motivo. Durante un conflitto è utile sforzarsi ad ascoltare. L’ascolto porta a numerosi benefici: consente di ottenere maggiori informazioni e riduce la tensione emotiva creando spazio per il dialogo.
- Regolare le emozioni → un gran numero di conflitti degenera per non aver saputo gestire correttamente l’escalation emotiva. Imparare a regolarla è il cardine di ogni conflitto gestito bene.
LA REGOLAZIONE DELL’ESCALATION EMOTIVA È IL CARDINE DI OGNI CONFLITTO GESTITO BENE
L’escalation emotiva è l’aumento progressivo dell’intensità di un emozione, in particolare la rabbia o l’aggressività, che porta alla perdita di controllo e può culminare in una crisi o in un comportamento violento. Possiamo individuare tre fasi dell’escalation emotiva:
- Fase di innesco o trigger. Il termine inglese “trigger”, cioè “grilletto” illustra molto bene quello che accade in questa fase: una parola, una frase, un tono di voce oppure un comportamento, innescano un’attivazione fisiologica. È un vero e proprio cambiamento dello stato neuro-endocrino della persona.
- Fase di arousal: la soglia di attivazione psicologica, o arousal, rappresenta uno stato di vigilanza e reattività dell’organismo in risposta a stimoli esterni o interni. In altre parole, in questa fase siamo decisamente più sensibili agli stimoli perché il trigger ha fatto in modo che si attivasse un sistema generale di allerta e diventiamo sempre più vulnerabili all’escalation emotiva.
- Fase di crisi: l’attivazione psicologica, progressivamente sovraccaricata, determina una crescita dell’aggressività fino ad arrivare ad una perdita di controllo. In questa fase possono essere agiti comportamenti aggressivi di vario grado fino a manifestazioni di violenza verbale o fisica.
LA DE-ESCALATION: L’ARTE DI DISINNESCARE LA RABBIA E L’AGGRESSIVITÀ NEI CONFLITTI
Dopo la fase di innesco (trigger) la persona diventa molto sensibile al comportamento verbale e non verbale dell’altro. Quando ci accorgiamo di questa condizione psicofisica (dentro di noi o negli altri) diventa prioritario muoversi per diminuire l’intensità della tensione e dell’aggressività nella relazione interpersonale. Ricordiamo che il comportamento aggressivo è tipico di chi non si sente compreso e, attraverso l’aggressività, tenta di esprimere questo disagio. Naturalmente, è estremamente importante volere la risoluzione del conflitto. Non è un concetto scontato. Molto spesso, quello che veramente gli individui vogliono durante una discussione è vincere a tutti i costi, cercando di avere ragione e ridurre l’altro al silenzio. Con questa premessa un conflitto gestito male è più che probabile. Questa è una lista di comportamenti da adottare per una de-escalation efficace.
- Sforzarsi di parlare con un tono calmo e pacato.
- Usare un linguaggio socio-culturale in linea con l’interlocutore: se si tratta di una persona che non conosce bene la lingua italiana o di estrazione sociale bassa, non ha alcun senso usare locuzioni complesse o parole ricercate. È solo un vile tentativo di esercitare un dominio sull’altra persona.
- Non sovrapporsi con le parole mentre l’altro parla e non interromperlo.
- Non usare un tono accusatorio o aggressivo. Frasi del tipo: “non ti permettere”, “non minacciarmi”, “non vali niente” ecc. non andrebbero mai usate.
- È utile spostarsi fisicamente dal luogo che ha attivato l’arousal. Per esempio si può proporre di continuare il discorso in ufficio o da un’altra parte.
- Non sorridere o ridere: la persona potrebbe sentirsi presa in giro.
- Posare qualsiasi tipo di oggetto che si ha in mano (penne, attrezzi ecc.). Purtroppo il nostro cervello “arcaico” reagisce con diffidenza quando il nostro interlocutore ha qualche oggetto tra le mani perché lo interpreta come un possibile pericolo.
- Non puntare il dito e non invadere lo spazio personale (45 cm circa) dell’altra persona.
- Sforzarsi di usare delle parole che sottolineano una vicinanza emotiva: “ti capisco”, “mi dispiace” ecc.
- Mantenere un comportamento, in generale, rispettoso.
Per ottenere un risultato apprezzabile è fondamentale impegnarsi a regolare sia il linguaggio verbale (quello che si dice) che quello non verbale (l’atteggiamento con cui ci relazioniamo con l’altro).
IL CONFLITTO COME RISORSA
Gestito correttamente, il conflitto diventa un’occasione per ridefinire i ruoli, rafforzare relazioni e migliorare le pratiche lavorative. In allevamento, “litigare bene” può tradursi in protocolli sanitari più condivisi, maggiore chiarezza nelle responsabilità del personale, o persino, innovazioni gestionali frutto dell’integrazione di visioni diverse.
La vera sfida non è eliminare i conflitti, impossibile in un contesto così dinamico, ma trasformarli da potenziali blocchi paralizzanti in strumenti di crescita.
CONCLUSIONI
Per il buiatra e per tutto il personale che lavora in zootecnia, imparare a gestire i conflitti non è un accessorio, ma una competenza professionale fondamentale. “Litigare bene” significa saper distinguere tra problema e persona, mantenere il controllo emotivo e trasformare il contrasto in occasione di miglioramento. In un settore dove la collaborazione è la chiave del successo, la gestione costruttiva del conflitto non solo preserva le relazioni, ma diventa un vero strumento di progresso per l’intero sistema allevatoriale.
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